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I racconti di zio Velenero (11): Caro benzina

22 luglio 2008 - Author: velenero

Non ricordo esattamente come scoprii l’esistenza delle cosiddette pompe bianche.

Si tratta di distributori indipendenti di benzina che fanno pagare il carburante anche 5 o 6 centesimi in meno al litro.

Decisi di documentarmi e di fare una ricerca su Google per capire se ce n’era uno qui a Bologna.

Google mi rimandò verso uno di quei siti per la difesa dei diritti dei consumatori, dove scaricai un pdf contenente una lista di tutte le pompe bianche d’Italia.

Nella zona di Bologna risultavano essercene quattro, ovviamente tutte fuori dall’area comunale; però, tutto sommato, facendo il pieno, si andava ad ammortizzare la spesa di dover andare fuori città a fare benzina.

Feci un rapido calcolo mentale per stabilire quale dei quattro distributori fosse il più vicino e mi avventurai  verso questa zona piena di capannoni che conoscevo poco, la classica zona industriale alla periferia di una città.

Proseguendo, la zona industriale diventò una strada di campagna a tutti gli effetti: campi di grano alla mia destra, campi di qualcos’altro alla mia sinistra.

Cominciavo a demoralizzarmi e a piangere lacrime di benzina sprecata, quando, in lontananza, vidi quella che sembrava l’insegna di un distributore di carburante.

Avvicinandomi ne ebbi la certezza, ma si trattava di una Q8…

“Ma com’è possibile? – pensai – Come può essere indipendente, se fa parte del gruppo Q8?”

Decido di entrare a chiedere spiegazioni.

Mi accosto vicino al benzinaio e chiedo: “Mi scusi… questa è una pompa bianca…?”

“No… – dice il benzinaio – ma se aspetta, dopo le otto di sera arriva una negra che le fa tutto quello che vuole…”

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I racconti di zio Velenero (10): La dieta

8 novembre 2007 - Author: velenero

I racconti di zio VeleneroLei era figlia di un pezzo grosso della città… un giudice, un avvocato, un notaio, non ricordo…

Si chiamava C., ma si faceva chiamare K. perché fa più cool

Era "fidanzata" con G., di un anno più piccolo di lei…

Quando hai sedici anni, certe cose fanno impressione (o, almeno, a me facevano impressione): una ragazza "più grande" (17 anni) che si mette con uno "più piccolo" (16 anni)…

Anche G. era figlio di un pezzo grosso… lui e K. erano una delle tante coppiette di adolescenti che si collocavano nel giro della figheria della mia città.

Non credo di aver mai rivolto la parola a K., la conoscevo solo di vista…

G. invece lo conoscevo… era uno sprezzante figlio di puttana e mi stava pesantemente sui coglioni.

K., in quanto esponente della figheria, doveva apparire al mondo come un agglomerato di virtù e qualità varie: bravissima a scuola, di una bellezza acqua e sapone che non aveva bisogno di make-up, elegante e ben vestita, castamente innamorata del suo fidanzatino (che un giorno avrebbe sposato e sarebbero andati a vivere in campagna).

Un giorno la madre di K. notò che sua figlia stava ingrassando… la sua silouhette non era più longilinea e faceva fatica ad infilarsi i jeans… quella era una cosa inconcepibile, perché lei era un’esponente della figheria… mica poteva diventare una buzzicona. Decise così che l’avrebbe portata dalla dietologa più famosa della città.

Andare da quella dietologa era più o meno una moda: ci andavano tutti; in cambio di una salatissima parcella, ti preparava una dieta e, se non dimagrivi, ti riempiva d’insulti dicendo che i grassi fanno schifo e che per avere successo nella vita bisogna essere magri… quasi anoressici.

Madre e figlia si presentarono dalla dietologa…  la prima spiegò che si era resa conto di questo fastidioso aumento di peso in sua figlia e che bisognava fare subito qualcosa…

La dietologa le disse che prima di assegnare una dieta dimagrante alla ragazza, doveva sottoporla a delle analisi di routine, per capire se per caso era diabetica o allergica a qualche cibo o cose così… nel giro di una settimana avrebbe avuto i risultati e, a quel punto, avrebbero potuto procedere con la dieta.

Dopo una settimana esatta, la dietologa telefonò a casa di K.

"Salve signora mamma-di-K., sono la dietologa… ho qui sulla mia scrivania i risultati delle analisi di sua figlia… e c’è un piccolo incoveniente… la ragazza non sta ingrassando… è SOLO incinta."

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I racconti di zio Velenero (9): Alle dame del Castello piace fare solo quello

26 luglio 2007 - Author: velenero

raccontiLa scorsa settimana sono stato convocato in uno dei tanti uffici del Castello.

Avevo appuntamento alle 9; arrivai alle 9 meno 5 e trovai un gruppo di impiegati radunati nell’atrio, con una strana espressione sul volto.

“Cosa vuole lei?” mi chiese un’impiegata.

“Ho un appuntamento alle 9 con la signora B.”

L’impiegata mi indicò una fila di sedili imbottiti dove avrei dovuto sedermi per aspettare di essere convocato.

Passò del tempo, durante il quale il mio sguardo si perse nella scollatura della tizia seduta di fronte a me.

Dopo un po’ arrivarono altre due impiegate a farmi la stessa domanda della prima.

“Ho un appuntamento con la signora B.” dissi indicando il nome scritto sul foglio che avevo in mano.

“Ah… – disse una delle due – sono io… ma ci sarà da aspettare un po’…”

Fece una pausa durante la quale rimase con lo sguardo fisso nel vuoto.

“Ha capito cosa sta succedendo?” mi chiese.

“No…” risposi lievemente spiazzato da quella domanda.

“Bene… – disse con soddisfazione – …è meglio che non sappia nulla.”

Se ne andò, lasciandomi solo con la scollatura della tipa.

Passò dell’altro tempo, arrivò un’altra impiegata e mi disse che la signora B. mi aspettava nel suo ufficio.

Entrai e mi sedetti in una delle sedie di fronte alla scrivania della signora B.; cominciammo a parlare della pratica che dovevamo portare avanti…dopo qualche minuto la signora B. s’interruppe.

“Va bene… – disse con un sospiro- …glielo dico cosa sta succedendo: stamattina, negli uffici del Castello, è stato avvistato un topo… ma non un topolino… uno di quelli belli grossi…”

“Ah…” commentai.

“Ha paura…?” chiese la signora B. preoccupata.

“Io? No… solo delle cavallette…”

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I racconti di zio Velenero (8): La dura legge del durone

9 luglio 2007 - Author: velenero

raccontiM. aveva da poco cambiato casa e si era trasferito in un appartamento con una splendida veduta sui colli bolognesi: affacciandosi dal suo balcone, lo sguardo si perdeva tra le forme sinuose delle colline e le varie sfumature di verde della vegetazione che le ricopriva; quasi non sembrava di essere a Bologna, subito fuori porta.

Tutta questa meraviglia andava vissuta a pieno… decise che sarebbe andato a fare un po’ di jogging alla vicina Villa Ghigi.

Per essere una domenica mattina d’estate, il clima era abbastanza fresco… riusciva a correre mantenendo un buon ritmo, senza farsi infastidire dal sole o dall’afa; di tanto in tanto, la visione di un paio di gluetei femminili sodi e finemente levigati dava un valore aggiunto a quella che è già di per sè un’attivita appagante e salutare.

Alternava alla corsa alcuni momenti in cui si sedeva all’ombra di un albero e, dopo aver chiuso gli occhi, respirava profondamente e si godeva il silenzo.

Dopo circa tre ore (anche se dubito che siano state davvero 3 ore, NdV), M., zuppo di sudore ed inebriato dalle endorfine rilasciate dal suo corpo, decise di tornare a casa.

Arrivato nell’appartamento, dopo aver bevuto un sorso d’acqua seduto al tavolo del soggiorno, si chiuse in bagno e, fatta una pisciata liberatoria, cominciò a denudarsi. Mentre si sfilava le mutande, notò che erano macchiate di viola, più o meno in corrspondenza dell’ano.

Il suo unico pensiero, apocalittico e devastante, fu: Oddio, sto per morire di un male incurabile! Ormai è finita.

Infilato l’accappatoio, si precipitò in soggiorno per comunicare la sciagura alla sua coinquilina A.; la trovò che stava cominciando a rassettare per fare le pulizie domenicali, capovolgendo le sedie ed appoggiandole sul tavolo.

“Cosa cazzo è questa?” disse A. mentre capovolgeva la sedia su cui M. si era seduto subito prima di entrare in bagno.

M. si avvicinò e vide che sulla sedia c’era appiccicato un durone di Vignola mezzo spiaccicato.

“Ah…! – esclamò M. con sollievo – Mi ci devo essere seduto sopra mentre ero al parco… Pensa che, un attimo fa, vedendo le mutande macchiate di viola, mi ero convinto di essere malato terminale.”

“Mh… – rispose A. – se tu fossi una ragazza, ci avresti fatto l’abitudine da un bel pezzo a trovarti le mutande macchiate di viola…!”

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I racconti di zio Velenero (7): Suonare Ziloni

10 aprile 2007 - Author: velenero

raccontiPer un certo periodo della mia vita ho vissuto di fronte ad un collegio femminile…

Quanta nostalgia delle serate passate con i miei coinquilini, al buio, nascosti dietro alle tende, aspettando che una delle ragazze dimenticasse di chiudere la finestra prima di spogliarsi…

Oltre a spiarle, con qualcuna avevamo anche stretto amicizia “a distanza”… si comunicava da balcone a finestra, facendo attenzione a non alzare troppo la voce, ché poi si svegliavano le suore ed erano cazzi amari…

Intere serate a parlare di scemenze, con la speranza di organizzare un’uscita con le collegiali e circuirle con i nostri ormoni; ma loro facevano le preziose…

Un giorno la più spigliata del gruppo ci comunicò che, insieme ad altre ragazze, aveva deciso di lasciare il collegio per andare a vivere in appartamento; quando le chiedemmo se avevano già trovato casa, ci rispose di no… aveva appena messo un annuncio su Bologna Gratis ed era molto fiduciosa… sapeva che era solo questione di giorni… ore… minuti… ed il suo cellulino sarebbe stato tempestato di telefonate di proprietari di appartamenti che non vedevano l’ora di affittare il loro immobile a questo gruppo di ragazze serie e referenziate…

Riflettei un attimo su quest’ultimo concetto e, dentro di me, si accese l’interruttore Pezzo-di-Merda(altro…)

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I racconti di zio Velenero (6): La zingara

24 ottobre 2006 - Author: velenero

raccontiI’m no superstitious, I have no doubt
That there’s a reason, how things turn out
While things are changin’ from day to day
I’ll keep this feelin’ with me all the way

Europe – Supersticious

Premessa: io non sono superstizioso… anzi, diciamo pure che le persone superstiziose mi infastidiscono alquanto… se a questo aggiungiamo la mia natura ‘bastiancontraria’ ed il mio smodato gusto per la dissacrazione, non si dovrebbe fare fatica ad immaginarmi che passo di proposito sotto una scala ogni volta che mi si presenta l’occasione, inseguo gatti neri affinché mi attraversino la strada e rompo specchi con inusitata leggerezza.

Era la primavera nel 1993, avevo preso la patente da qualche mese. Di tanto in tanto, riuscivo a convincere mia madre a prestarmi la sua macchina per andare a scuola, la pacheggiavo davanti alla finestra della mia classe (che stava al piano terra) ed entravo direttamente da lì… un gesto da sbruffone… ci mancava solo che dicessi:

La mia giacca di pelle di serpente rappresenta la mia individualità, è la mia fede personale nella libertà.*

Era una delle primissime giornate raggianti di primavera, di quelle in cui non c’è una nuvola, il cielo è di un blu compatto e si ha l’irrefrenabile istinto di arrotolare le maniche della camicia perché comincia a fare caldo.

Davanti al portone della scuola, mentre ero ancora in macchina, vidi il Marchese. Ci bastò uno sguardo e capimmo che la pensavamo allo stesso modo: eravamo giovani, ormonati e motorizzati… non potevamo sprecare quella giornata andando a scuola. Molto meglio andare sul lungomare a fare i cretini con le patatine che avevano avuto la nostra stessa pensata.

Sì, non c’erano dubbi… quella era una giornata da intorto spinto… ma c’è solo una cosa che, a quell’età, ha la priorità persino sulla vulva: una massiccia dose di zuccheri.

C’era un bar in mezzo al nulla, si chiamava La Cittadella ed era gestito dal padre della mia amica I.; come faceva un bar in mezzo al nulla a fare affari? Semplice: faceva il gelato più fottutamente buono dell’intero universo… pochi gusti, ma incommensurabilmente buoni…

Non ci si poteva arrivare direttamente con la macchina, era necessario fare un pezzo a piedi. Una volta arrivati in questo immenso parcheggio costruito in mezzo al nulla (una delle tante cattredrali che abbelliscono il panorama del Mezzogiorno d’Italia), il Marchese si offrì volontario di fare lui il pezzo a piedi.

Rimasi in macchina ad ascoltare la radio e a perdermi con lo sguardo in quel cielo così limpido.

D’un tratto, nel pacifico silenzio del nulla, tuonò una voce cantilenante:

“Ciao bellu fijiolo… tanda gioia e tanda furtuna…”

Era una zingara completamente vestita di nero, dall’età indefinibile, teneva nella mano sinistra un mazzetto di santini e con la destra me ne mostrava uno raffigurante Sant’Antonio da Padova.

Velenero: Ehm… grazie…

Zingara: Facci ‘n’offerta a Sand’Andonio, bellu fijiolo… ca ti porta tanda gioia e tanda furtuna…

Velenero: Lo farei molto volentieri, ma sono uno studente… non ho soldi…

Intanto maledicevo il Marchese per essersi offerto volontario.

Z: Dai, nun ti fare pregà… facci ‘n’offerta a Sand’Andonio ca ti tiene sempre in salute e allondana tutt’ le malatie…

V: Sì… ne sono certo… ma, come le dicevo, non ho soldi… sono uno studente…

Le invettive contro il Marchese diventavano più potenti… perché cazzo ci stava mettendo così tanto?

Z: Vabbè… nun ci vuoi fare l’offerta a Sand’Andonio… allora damm’ la mano ca ti leggo lu futuru…

V: Guardi, la ringrazio, ma io in queste cose non ci credo… quindi… faccia come se avessi accettato…

Z: Ma che è? Tieni paura ca ti taglio la mano? La zia è buona… la zia ti vuole tando bene e ti porta tanda gioia e tanda furtuna… facci ‘n’offerta a la zia, ja…!

V: Ehm… uh… sono lusingato dall’affetto che lei nutre nei miei confronti, nonostante io sia un perfetto sconosciuto… ma, le ripeto: non ho soldi…

Z:…

Attimo di silenzio. E’ fatta! – penso – Adesso si leva dai coglioni!

Z: Non ci vuoi fare ‘n’offerta a Sand’Andonio?

V: no…

Z: …

Silenzio.

Z: Non ci vuoi dare la mano a la zia ca te la leggo?

V: NO.

Z: …e allora pìglite tutta la sventura ca ci sta in questo posto! Tiè! Tiè! Tutt’a te!

Si accompagnava con gesti delle mani, mimando l’atto di raccogliere qualcosa d’invisibile per poi gettarmelo addosso.

Fatto ciò, si allontano con passo lento.

Dopo qualche istante, tornò il Marchese con due coppette di gelato.

V: Quanto cazzo ci hai messo?

M: Non aveva il resto… ha dovuto forzare lo sportellino del videogioco che ha nel bar e mi ha dato il resto di 10000 lire in monetine…

V: Ah…. figata! Quindi adesso ogni tuo movimento sarà accompagnato da un simpatico *truc truc*…!

Mentre mangiavamo il gelato seduti in macchina, con gli sportelli spalancati e la radio a palla, raccontai al Marchese del mio incontro con la zingara.

M: Maddài! E alla fine ti ha pure lanciato una maledizione…?

V: Aahahahahah! Sì…! Dovevi vederla come si affannava a raccogliere tutta la sventura nell’aria per poi lanciarmela addosso…!

M: Aahahahahah! Cazzo! Quanto avrei voluto assistere a questa scena…!

V: Aahhahaha!

M: Ahahahaha!

Finito il gelato, accendo la macchina, faccio per ingranare la prima… e la leva del cambio mi rimane in mano, completamente divelta.

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I racconti di zio Velenero (5): Parlare a vanvera

13 ottobre 2006 - Author: velenero

racconti

Avvertenza: rispetto al solito, in questo racconto manca la componente macabra; ma penso che sia comunque godibile.

Era il 1988. L’anno in cui avevo fatto il mio debutto nel “mondo dei grandi”, cominciando a frequentare il primo anno del Liceo Scientifico.

Mio padre, ex insegnate di scuola media passato da poco al sindacalismo, era convinto di farmi cosa gradita aspettandomi all’uscita di scuola per riaccompagnarmi a casa in macchina… in realtà non sapeva di precludermi la possibilità di stringere legami extra scolastici con le mie compagnucce colorate ed abbondantemente ormonate… ma, vabbè, glielo avrei fatto notare di lì a poco…

Una mattina, era davanti al portone, aspettando che io uscissi e lì, accanto a lui, vide un suo ex collega, insegnante di francese.

Babbo Velenero: Ciao carissimo… (mio padre fa sempre fatica a ricordare i nomi, quindi chiama tutti ‘carissimo’)
ex Collega: Oh! Ciao…! Che ci fai qui?

BV: Aspetto mio figlio… e tu?

eC: Aspetto mia moglie, che insegna qui…

Classico attimo di silenzio, tipico di due persone che non hanno un cazzo da dirsi; poi l’ex Collega se ne esce con una domanda da primo premio alla Fiera della Banalità.

eC: …e come va tuo figlio a scuola?

BV: Mah… nel complesso bene… non è che si sprechi più di tanto, ma ha la sufficienza in quasi tutte le materie… tutte tranne matematica…

eC: Ah sì?

BV: Sì, ma non è colpa sua… è che gli è capitata quest’idiota come professoressa… una vera incapace… pensa che non è neanche laureata in matematica, ma in farmacia… dimmi tu se è normale che una laureata in farmacia insegni matematica in un Liceo Scientifico…!

eC: Ma… veramente… temo proprio che stiamo parlando di mia moglie…

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I racconti di zio Velenero (4): Occhi verdi

29 agosto 2006 - Author: velenero
ziovelIl mio amico FM è un personaggio particolarissimo: è nato a Northampton (UK) e lì ha vissuto fino alletà di dieci anni, dopodiché la sua famiglia si è trasferita nel profondo sud dellItalia; ciò significa che FM ha una padronanza dei dialetti superiore a quella delle lingue inglese e italiano.FM ha interrotto i suoi studi dopo la licenza media, ciò nonostante è una persona coltissima (alla faccia di chi bada ai titoli di studio) ed informatissima e ha deciso di lavorare nel campo delledilizia; prima che decidesse di stabilirsi definitivamente a Bologna, il suo lavoro lo ha spesso portato in giro per lItalia.
Non ricordo dove fosse precisamente in quel periodo, diciamo Vicenza… lì conobbe una ragazza carinissima (che per comodità chiameremo OdV) con due magnetici occhi verdi ed un lieve strabismo che la rendeva ancora più affascinante… si frequentarono per un po e le cose sembravano andare benissimo.Una sera andarono in un club a ballare, dopo un po decisero di farsi una “sigarettina condita”… alla terza aspirata, la testa di FM cominciò ad essere leggera e a vagare… iniziò a fissare gli occhi verdi della sua ragazza che, sotto leffetto dellerbetta allegra, erano ancora più magnetici…In un momento di lucidità si rese però conto che quello sguardo aveva qualcosa di strano…

FM: Tesoro… ma coshai agli occhi?

OdV: Agli occhi? Nulla!

Aveva risposto in maniera troppo nervosa e meccanica, FM cominciò a preoccuparsi…

FM: No, seriamente… hai qualcosa di strano agli occhi…

OdV: Ti ho detto che non ho nulla…

FM: Ma no… guarda… solo uno dei due occhi è diventato rosso… non è che stai male? Non sarebbe il caso di andare allospedale?

OdV: Stai tranquillo… sto benissimo…

FM: No, mi stai facendo preoccupare… io ti porto allospedale…

OdV: FM…?

FM: …sì?

OdV: La verità è che ho un occhio di vetro…

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